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La stampante Xerox, e il codice libero

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Nella vita di ciascuno ci sono episodi che fanno prendere coscienza di alcune situazioni, a volte sono fatti eclatanti, altre volte, invece, sono piccoli eventi, che hanno il potere di farti cambiare il modo con cui guardi le cose. Accadde così anche per Richard Stallman, oggi uno dei principali esponenti del movimento del “software libero”.

Era il 1980 e Stallman lavorava come programmatore nello staff del laboratorio di intelligenza artificiale (AI Lab) presso il Massachusetts Institute of Technology. Un’ora dopo aver inviato un file di cinquanta pagine alla stampante laser Xerox, l’allora ventisettenne Richard, decise di andare a recuperare il documento.

La stampante in questione era una 9700 “Dover”, una delle prime stampanti laser in grado di funzionare in rete, si trattava di un avanzato prototipo che la Xerox aveva donato al laboratorio e che gli entusiasti programmatori, abituati ad avere a che fare con nuovi e tecnologie, avevano subito
integrato nella rete.

Quella stampante era davvero forte, le pagine “volavano” alla velocità di una al secondo, e gli inceppamenti della carta erano molti meno rispetto all’hardware che utilizzavano in precedenza. La stampante era situata in un corridoio e serviva utenti di diversi piani. Quando Stallman arrivò in loco, si accorse però che erano uscite solo quattro pagine, e che, per giunta, non erano le sue.
Il suo documento, per intero, quello che aveva tanta fretta di avere tra le mani, era ancora intrappolato nella coda di stampa. Da buon programmatore non si perse d’animo, era abituato a trascorrere gran parte del giorno (e della notte) a migliorare l’efficienza degli apparecchi e dei programmi, per cui, cosi come aveva sempre fatto, “aprì” quella macchina per dare un’occhiata alla programmazione, determinato a risolvere il problema.

Nella vecchia stampante, aveva introdotto un programma che avvisava l’utente, tramite un messaggio, che la stampa era completata. Lo stesso software avvertiva anche gli utenti in caso di condizioni di congestione della stampa, in modo che, si potessero per evitare ulteriori intasamenti. La sua soluzione non risolveva direttamente il problema, ma chiudeva un circolo informativo tra utente e macchina, chiunque nella rete riceveva il messaggio, era chiamato in prima persona ad attivarsi per andare a controllare e a risolvere manualmente.

Questo tipo di soluzioni indirette rappresentavano una sorta di marchio del laboratorio di intelligenza artificiale e dei programmatori originari che lo popolavano. I migliori tra loro arrivarono persino a preferire l’appellativo di hacker a quello di programmatore. Per essere un hacker, bisognava accettare la filosofia secondo cui la scrittura di un programma era soltanto l’inizio. Stava poi nella capacità di migliorarlo la vera prova di abilità.

Fu proprio durante l’ispezione al software che, con suo grande disappunto, Stallman scoprì che Xerox aveva fornito i file in formato precompilato, cioè in sistema binario, (praticamente illeggibile) segnando un vero precedente nella storia del software proprietario. Dal punto di vista dell’azienda la ragione era chiarissima, stava cercando di lanciare sul mercato la stampante laser come prodotto commerciale, e quindi sarebbe stato folle mettere i codici a disposizione di tutti, per Stallman fu invece il chiaro inizio di una sorta di attacco alla libertà del software, secondo lui infatti le persone hanno bisogno di essere libere di modificare il software che usano.

Pur sapendone parecchio d’informatica, Stallman non poteva considerarsi certo un esperto nella decifrazione dei file binari. L’esperienza acquisita come hacker gli consentiva, però, di fare affidamento su altre risorse. Il concetto della condivisione dell’informazione occupava un ruolo talmente centrale nella cultura hacker che sarebbe stata solo questione di tempo prima che un collega di qualche laboratorio universitario o di altra struttura aziendale riuscisse a fornirgli la versione testuale dei sorgenti relativi a quel software.

Trascorsero diverse settimane, ed i tentativi di rintracciare il codice sorgente della stampante apparivano senza via d’uscita, ma un giorno la rete dei programmatori che aveva interpellato produsse una buona notizia. Girava voce che un ricercatore della Carnegie Mellon University si era appena dimesso dallo Xerox Palo Alto Research Center. Egli, non soltanto, aveva lavorato sulla stampante in questione, ma, stando alle stesse voci, se ne stava tuttora occupando come parte dei progetti assegnatigli alla Carnegie Mellon.

Mettendo da parte ogni sospetto iniziale, Stallman decise di andarlo a trovare.

Trovò il ricercatore al lavoro, e dopo essersi presentato gli chiese una copia dei sorgenti della stampante in modo da poterli adattare al calcolatore del MIT, ma, con sua grande sorpresa, il professore gli oppose
un netto rifiuto.

Mi disse di aver promesso che non me ne avrebbe fornito una copia, sostiene Stallman.Ero talmente arrabbiato che non riuscii neppure ad esprimerlo. Così mi sono girato e sono uscito, senza aggiungere neanche una parola. Rammenta Stallman.Può anche darsi che abbia sbattuto la porta, chissà? Tutto quel che ricordo è che volevo andarmene subito.

La vicenda ha qualche lacuna, sia da parte dello stesso Stallman, che non ricorda con esattezza come si sia svolta la conversazione, sia da parte del ricercatore, che addirittura disse di non aver memoria dell’accaduto.

Si può quindi con certezza affermare che essa abbia assunto, nel tempo, e con decisione, i tratti della leggenda, sta di fatto però che in quel momento, nella mente di Richard prese corpo l’idea che il software avrebbe dovuto essere condiviso, e non proprietario.

L’evento mi spinse a riflettere più a fondo su quel che andavo già pensando; spiega Stallman. Avevo già l’opinione che il software avrebbe dovuto essere condiviso, ma non sapevo bene come procedere. Non avevo le idee chiare e organizzate al punto da poterle esprimere in maniera concisa al resto del mondo.

La stampante laser si era insinuata nella rete del laboratorio, la macchina funzionava bene, ma era scomparsa la possibilità di modificarla secondo il gusto personale, Stallman sentì quell’episodio come una sorta di “cavallo di Troia” che si era insediato.

Dopo anni di tentativi falliti, il software “proprietario” aveva aperto una breccia anche al MIT. il software proprietario, bloccava ogni possibile ed eventuale collaborazione che poteva avvenire fra due o più sviluppatori. Per un software migliore, bisognava distruggere le barriere e collaborare per il bene comune.

“Non siamo contro nessuno, siamo solo a favore della libertà, abbiamo scopi costruttivi”.

l movimento del “software libero” stava già mettendo solide basi in quegli anni, ma Stallman fu colui che mise la legna al fuoco, alimentandone la fiamma e dando vita al progetto GNU.

GNU è un sistema operativo libero, da cui è successivamente nato, nel 1991, Linux Divenne l’esempio per mezzo del quale Stallman cercò di diffondere la sua idea di libertà. Alla base c’è il concetto di “copyleft” che ha come obiettivo la condivisione del sapere, e chi utilizza il software libero esercita, di fatto, quattro libertà, numerate dalla “0” alla “3”

Libertà 0: Ciascuno è libero di eseguire il programma per qualsiasi scopo
Libertà 1: Si è liberi di studiare il programma e di modificarlo
Libertà 2: Si è liberi di distribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo
Libertà 3: Puoi di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

In un intervista del 2013, le quattro libertà, sono state ripetute da Richard, proprio come se fossero “leggi infrangibili”. Oltre a questo, non mancano gli attacchi a Microsoft e Apple, principali esponenti del software proprietario.

La filosofia GNU, che vede in Stallman la massima espressione, si fonda sulle libertà individuali e collettive valide sia nel mondo reale sia nel web che, come ci spiega l’eccentrico programmatore americano, è una parte della vita reale, di seguito un breve video in cui spiega il concetto di libertà, e introduce alla consapevolezza.

Egli ha anche collaborato con il governo venezuelano ai tempi di Hugo Chavez, è riuscito a far installare GNU/Linux in 15 mila scuole indiane, è un sostenitore di Anonymous i cui attacchi via web considera “manifestazioni di massa via internet”.


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Massimo Uccelli
Fondatore e admin. Appassionato di comunicazione e brand reputation. Con Consulenze Leali mi occupo dei piccoli e grandi problemi quotidiani delle PMI.
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